stol primoL’acqua ha rappresentato da sempre la fonte – imprescindibile – per la sopravvivenza di qualsiasi comunità; non solo acqua da bere per uomini ed animali, per la cura dell’igiene e per la pulizia, ma anche per l’irrigazione dei campi e forza motrice delle ‘macchine ad acqua’: mulini, fucine, segherie…

Così è stato anche per gli abitanti di Mezzano.

Le numerose fontane, ben 5 nel solo centro storico, collocate in spazi liberi alla confluenza di più strade testimoniano un passato non molto lontano in cui esse servivano sia per l’approvvigionamento di acqua per uso domestico, che per l’abbeveraggio dei bovini; la loro costante manutenzione era tenuta in tale considerazione da necessitare di una persona costantemente dedicata: il fontanaro.

Una mappa catastale del 1859 ben evidenzia l’alimentazione di alcune fontane (dei Cosneri, del Piombin) da una roggia scoperta, che attraversava parte del paese.

Essa partiva a monte, da una zona nella quale si localizzano ben due dei tre acquedotti storici in cunicolo che servivano Mezzano.

Lavatoi e lavanderie “lisiere” coperte erano dedicate al lavaggio dei panni; i primi, dotati di ampie vasche, venivano utilizzati dalle donne almeno una volta alla settimana; alle lisiere per la ‘lissia’ – grande bucato con uso di cenere come sgrassante – esse si recavano al massimo due volte l’anno, in primavera ed in autunno, stagioni in cui condizioni ambientali e carico di lavoro lo permettevano (assenza di neve e di impegno nei campi); il lavaggio in lisiera poteva durare anche otto giorni consecutivi.

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Queste ultime erano ad unico ambiente, dotate di focolari per il riscaldamento dell’acqua contenuta in ampi calderoni e, più tardi, di una vasca per il risciacquo. Oggi, recentemente restaurata, è visitabile la lissiera dei Cosneri e l’attuale sede degli Alpini presso la Siega Prima.

Una mappa del 1788 testimonia la presenza di un sistema di ‘roste’, cioè di canali alimentati dal torrente Cismon, utili all’irrigazione dei campi nella zona delle ‘Giare’ a meridione della Chiesa. A partire dal 1882, anno di una disastrosa esondazione del torrente, gli abitanti iniziarono ad obbligarne l’alveo all’interno di argini in pietra.

Ciononostante, l’azione violenta della acque si manifestò in maniera cruenta nel 1966, quando a monte dell’abitato, la val di Stona scaricò sul paese tonnellate di acqua e fango.

Lo sconvolgimento provocato da questo evento, portò al definitivo tracollo degli opifici – mulini, delle segherie. Esemplare era il sistema produttivo che utilizzava l’acqua come forza motrice insediato lungo la ‘Rosta del Mulino’, oggi coperto, costituito da ben due mulini e da altrettante segherie.